La produzione P2P e la nuova economia politica

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La produzione P2P e la nuova economia politica
Intervista a Michel Bauwens
di Cosma Orsi, Ai confini del Welfare - Manifesto Libri. 2008. Pagine 109+

URL = http://books.google.it/books/about/Ai_confini_del_welfare.html?id=hgN4PgAACAAJ&redir_esc=y

Interview

D: Le sue recenti riflessioni gravitano attorno a un paradigma produttivo che lei definisce economia politica del Peer to Peer (P2P). Di che cosa si tratta?

R: Grazie alla nascita di una varietà infinita di nuove tecnologie stiamo assistendo al cambiamento delle condizioni all’interno delle quali avviene la produzione. Questo fenomeno rappresenta una sfida alla supremazia di un modo di produzione basato sul profitto: non sono però i lavoratori ad aver intrapreso una lotta consapevole per cambiare il sistema economico, bensì sono le nuove tecnologie a mettere in grado un numero sempre maggiore di persone di produrre direttamente valori d’uso attraverso nuove pratiche al di fuori del controllo del mercato, e con mezzi di produzione socializzati in larga misura. Questi nuovi processi produttivi sono post-capitalisti, cioè la loro riproduzione non necessita più del capitale. L’emergente infrastruttura tecnologica si basa su network distribuiti, caratteristica questa che permette agli individui di impegnarsi e relazionarsi gli uni con gli altri attorno a progetti comuni. La soglia per partecipare a tali progetti è ridotta al massimo, dunque emergono sempre più motivazioni che esulano dalla ricerca del profitto. Tra i nuovi processi sociali innescati da questo fenomeno, il più importante è la possibilità di produrre in comune artefatti complessi, senza dover ricorrere né alla produzione di mercato né a un supporto di tipo statale; inoltre, l’abilità di piccoli gruppi di agire su scala globale permette di sostituire l’allocazione gerarchica con una coordinazione dal basso attraverso una miriade di piccoli gruppi o di semplici individui; infine, nel contesto della produzione di beni immateriali non rivali, è possibile condividere i beni senza che essi perdano valore per coloro che ne usufruiscono; questo non solo permette a una logica di contribuzione volontaria di diventare possibile ma, grazie alla disponibilità universale, tale logica diventa un requisito naturale che non riversa alcun costo aggiuntivo sul sistema. Per questo mi sono interessato alla logica P2P, intesa come scambio generalizzato basato sulla non-reciprocità. È una forma di condivisione che deve essere chiaramente distinta dalla cosiddetta economia del dono perché si compie nella sfera immateriale dei beni non rivali. In breve, la Peer Production rappresenta un terzo modo di produzione, auto-organizzata.

Richiede una specifica governance e una nuova concezione di proprietà che protegga le pratiche P2P dall’appropriazione privata.

L’economia politica P2P non si basa più sulla circolazione del capitale, ma su quella del sapere condiviso. La pre-condizione per la cooperazione sociale è l’esistenza, o l’auto-creazione, di materie prime liberamente fruibili da tutti, il cui accesso non sia vincolato da alcun permesso o pagamento; le materie prime vengono processate attraverso tecnologie che abbassano la soglia di partecipazione al punto che ogni motivazione diventa produttiva, soprattutto quelle non pecuniarie. Il risultato finale è qualcosa di comune, garantito legalmente contro l’appropriazione privata da parte di un nuovo tipo di proprietà intellettuale. Questo processo a sua volta crea nuove materie prime liberamente accessibili che servono per la successiva fase di cooperazione sociale. Ecco che ci troviamo di fronte a un circolo virtuoso di creazione comune.


D: Il tipo di economia politica che lei va promuovendo da tempo è radicalmente differente dalla tradizione ortodossa, specialmente nell’assunto riguardante la natura umana. Qual è la sua idea di essere umano e di società?

R: L’economia politica che fa riferimento al capitale si basa sull’assunto di un individuo atomizzato, incapace di sostenere relazioni sociali, che interagisce con gli altri soltanto attraverso l’istituzione del mercato e che nella maggior parte dei casi, non ha accesso ai mezzi di produzione. Anche se ha retto saldamente l’impianto economico degli ultimi secoli1, questa visione con queste caratteristiche razionali dell’uomo economico è completamente priva di fondamento, in quanto un siffatto essere umano non è mai esistito. La realtà è che il capitalismo continua a reiterare questa visione, con il solo risultato di disintegrare i legami sociali. Al contrario, l’economia politica P2P si basa sul riconoscimento della relazionalità come base comune della civilizzazione umana (ad esempio, gli esseri umani sanno perfettamente di essere sempre immersi in relazioni sociali, molte delle quali scelte per affinità elettive). L’identità di ciascun essere umano si costruisce attraverso l’impegno e il contributo a progetti comuni. La cooperazione è di primaria importanza e la competizione avviene attraverso le scelte ideologiche che le persone reali si trovano ad affrontare, i progetti a cui aderiscono o che vorrebbero intraprendere. Il nuovo individualismo cooperativo coincide con le condizioni strutturali di importanti segmenti produttivi della conoscenza, cioè lavoratori che hanno un accesso facilitato ai computers e networks che usano per creare valore. Questi mezzi di produzione, in quanto socializzati, non sono monopolizzati dal capitale. La Peer Production sta diventando una pratica sociale generalizzata2, un aspetto della vita quotidiana.

In fatto di tecnologia non mi sento affatto un determinista.

Piuttosto, vedo la tecnologia come il risultato di una mutata consapevolezza dei designer, i cui ‘prodotti’ cambiano la percezione di ampi settori della società. La Peer Production è la combinazione di un’evoluzione dell’ontologia – dall’individualità alla relazionalità, (senza per questo appellarmi a una concezione di comunità premoderna) – e di una diversa epistemologia che ci conduce verso un sapere partecipativo: rifiuta infatti la dicotomia oggetto/soggetto, che fin dai suoi albori ha caratterizzato la modernità, così come quella tra esperti e persone comuni e quella tra produttori e consumatori.

Al contrario, il mutamento al quale stiamo assistendo implica una domanda sempre maggiore di co-creazione e co-design di prodotti finali intangibili, nonché la crescita del numero di professionisti amatoriali non più soggetti alle pratiche di verifica della validazione istituzionale. La Peer Production si basa sull’idea di eliminare la richiesta di dati ogni qualvolta sia necessario accedere alle informazioni, preferendo invece l’auto selezione di compiti, la continua produzione di artefatti comuni – sempre perfettibili e mai intesi come definitivi – e un controllo di qualità che passa attraverso la validazione da parte della comunità dei fruitori e un sistema di scelte collettive. Si crea così un set di valori basato sulla condivisione, e il lavoro diventa appassionato, più ricco di significato perché permette di sviluppare pienamente le capacità individuali. Solo attraverso questa differente assiologia il lavoro non alienato può diventare una realtà per un sempre maggior numero di uomini e donne, specialmente per i giovani. Questo set di valori non rappresenta soltanto la richiesta di maggiore eguaglianza per la classe lavoratrice, ma sancisce il riconoscimento della equi-potenza di tutti gli individui. Tutti gli esseri umani sono più o meno bravi rispetto a un determinato numero di compiti, ma tale bravura non è misura di superiorità. Ciò permette una produzione a grappolo, auto-selettiva, che sarà in seguito validata dall’intera comunità dei pari. In breve, il motto è “Lascia che centinaia di fiori sboccino, e dopo scegli quelli migliori”. Il nuovo immaginario sociale è conscio dell’invisibile infrastruttura che determina lo scopo della libertà all’interno delle relazioni umane. Cerca dunque di superare le contraddizioni che sorgono dall’antagonismo tra egoismo e altruismo, ideando meccanismi che favoriscono la congruenza tra l’interesse individuale e quello collettivo e valorizzando il surplus che deriva dalla collaborazione etica e sociale. Io vedo l’umanità muoversi da una civiltà basata sullo scambio a una basata sulla contribuzione.


D: Considera la produzione P2P un mezzo per potenziare una società civile oggi stanca e marginalizzata, spossessata di molta della sua creatività a seguito di secoli di sfruttamento capitalistico?

R: Certamente. La produzione P2P è un segnale di rinascita, che permetterà alla società civile di tornare a essere un attore rilevante nei processi economici e sociali. Si guardi al linguaggio che oggi viene utilizzato: le principali organizzazioni della società civile o si definiscono no-profit o non-governative, implicando che esse sono in un modo o nell’altro mutuate dal mercato o dallo Stato. Ma le istituzioni che governano il mondo P2P, (Wikimedia, Mozilla Foundation) preferiscono proporsi in maniera positiva, definendosi semplicemente forbenefit e implicando una pratica e una identità pro-attiva. Alla Peer Production sono legati un modello di governance e una nozione di proprietà distinta sia da quella privata sia da quella pubblica, mutuate direttamente dalla società civile. La Peer Production non è una produzione statale, la Peer Governance non è né burocrazia né democrazia rappresentativa, e la Peer Property è inclusiva e comune, non collettiva pubblica. La priorità della Peer Governance è l’eliminazione della richiesta di permessi, l’abolizione delle credenziali, delle negoziazioni economiche ogni qualvolta sia possibile. E non è tutto: essa vuole soprattutto evitare la nascita di un soggetto collettivo che, seppur proveniente dalla società civile, possa appropriarsi di risorse comuni a proprio esclusivo vantaggio. La Peer Production è post-capitalista, senza per questo voler abolire né il mercato – piuttosto essa lo sussume come un sottosistema per allocare risorse scarse secondo il meccanismo dei prezzi – né lo Stato, pur aspettandosi che lo Stato diventi un partner che la metta nelle condizioni di operare con la messa in opera di infrastrutture che permettano la partecipazione attraverso cui avviene la produzione diretta di valore sociale. Chiamo questa forma di Stato Partner State.


D: Ha più volte affermato che il suo approccio non è per niente utopico, ma nasce da una nuova visione morale. Che cosa intende?

R: Molti approcci osservano il cambiamento sociale attraverso le lenti dell’idealismo: propongono dunque un’idea di essere umano che velocemente degenera in approcci moralistici che finiscono col diventare autoritari, perché ci dicono come dobbiamo comportarci. Al contrario, il mio approccio è naturalistico. Prendo le mosse dall’osservazione delle pratiche P2P che stanno emergendo. Su questa base empirica mi domando quali di esse rispecchino valori etici in grado di produrre valore sociale. Da qui nascono le pratiche di emancipazione che lavorano principalmente sulla interconnessione e ideazione di progetti comuni. Come possiamo far connettere le nuove pratiche di vita affinché possano fortificarsi imparando le une dalle altre? Come possiamo stimolare il potenziale presente nella società attraverso l’abbassamento dei costi di transazione e controllo, ma anche scoraggiare comportamenti negativi rendendoli più costosi? Questo è un approccio realistico per il raggiungimento di ‘micro-utopie’, che nel lungo periodo potrebbero cambiare le fondamenta della nostra civilizzazione.


D: Uno dei punti più interessanti del suo ragionamento riguarda il fatto che la Peer Production necessita di un concetto di proprietà sostanzialmente differente da quello capitalista. Si rifà infatti a un’infrastruttura legale che permette la creazione di quello che lei definisce Informazione Comune. Possiamo approfondire gli aspetti tecnici di questa forma di proprietà?

R: A ogni forma sociale si accompagna una tecnica riproduttiva; nel caso della Peer Production risulta cruciale che sia protetta dall’appropriazione privata. La Peer Property non è né proprietà pubblica né privata, bensì comune. La proprietà privata capitalista è esclusiva; in sintesi, ciò che è mio, non è tuo. Quella pubblica, invece, è sicuramente di tutti, ma paradossalmente anche di nessuno. Si tratta di una conseguenza della sua forma rappresentazionale. Noi scegliamo democraticamente; meglio, qualcuno decide per noi che corpi collettivi rappresentino la sovranità di un particolare bene, cosa che implicitamente esclude la proprietà del bene da parte di ognuno. In quest’ottica il collettivo esclude l’individuo. La proprietà comune si muove su un piano diverso. Il bene proviene dalla collaborazione di persone, che non possono essere escluse né dalla proprietà né dall’utilizzo del bene stesso. In altre parole, la Peer Property rende universalmente disponibile quello che è stato prodotto in comune.

La Peer Production si manifesta attraverso due differenti modalità, a seconda che si applichi all’economia della condivisione o a quella della produzione in comune. Nell’economia della condivisione, l’individuo o piccoli gruppi di individui producono un artefatto, sul quale si esercita la sovranità, la quale consente di stabilire le modalità della condivisione del bene. Un esempio tipico sono le Creative Commons Licences, che permettono di utilizzare ciò che è stato prodotto a patto che si accettino certe condizioni stabilite dall’autore. Nella produzione comune, invece, è chiaro che ciò che viene prodotto è il frutto della cooperazione di un gruppo molto ampio. In questo caso la regola vigente recita che sebbene la contribuzione di ogni partecipante sia pienamente riconosciuta, così come la proprietà, il bene prodotto diventa una risorsa comune.

Tutti la possono usare, copiare, modificare, e ogni modifica rientra nel sistema come risorsa comune. L’esempio tipico sono le General Public Licence utilizzate dalle comunità dei liberi programmatori di software.

A dire il vero esiste una terza modalità. Sempre più spesso, le grandi multinazionali tentano di integrare vari aspetti della Peer Production nella loro catena di creazione di valore. Poiché però esse tentano di monetizzare la produzione comune attraverso l’immissione di clausole pericolose, ad esempio quella secondo cui ogni contribuzione diventa automaticamente proprietà della piattaforma, sebbene le regole di condivisione e distribuzione siano rispettate, non ci troviamo di fronte a un caso di Peer Property, bensì a una nuova forma di Enclosure.


D: Poco fa lei affermava che il modello P2P non si riferisce solo all’economia, ma anche a una forma di governance radicalmente differente. A questo proposito lei ha affermato che al centro della Peer Governance sta la nozione di moltitudine e di democrazia assoluta. Per supportare la sua teoria lei fa esplicito riferimento alle teorie di autori come Toni Negri, Miguel Benassayan e John Holloway. Ci può spiegare meglio questo passaggio?

R: All’interno di un’economia che si basa sulla libera contribuzione, la Peer Production contribuisce a favorire un’autonomia che nasce dalla cooperazione. Questo modo di produzione è in netto contrasto con un modello come quello capitalista che, pur consentendo di scegliere liberamente i rappresentanti nella sfera politica, affianca una sfera produttiva che è gerarchica e feudale, nel senso che mantiene la sottomissione del lavoro al capitale. Con la Peer Production, i co-produttori partecipano direttamente al processo decisionale. Il principio fondamentale è che chi lavora decide. La partecipazione è resa possibile eliminando il più possibile i permessi d’accesso. Basandosi sul principio di auto-selezione, nel contesto di un processo probabilistico di produzione, si supporta una mirata meritocrazia all’interno di piccoli gruppi (cambio di leadership a seconda dei differenti contesti) e processi di validazione comuni susseguenti la produzione. Quando si opera in una sfera di abbondanza, dove i beni non rivali possono essere riprodotti da tutti a un costo marginale, non vi è più bisogno né di mercato, né di gerarchie, né di democrazia, in quanto le risorse sono allocate dagli individui stessi che sono la risorsa produttiva principale del sistema. È questa la forza, ma anche la debolezza della Peer Production. Ad esempio, Linux e Wikipedia possono auto-regolarsi, ma la struttura della cooperazione è ancora costosa. Dunque, seguendo regole formali democratiche, un nuovo tipo di organizzazione for-benefit generalmente si prende cura di loro. Non appena sorge la necessità di allocare risorse, c’è bisogno di un meccanismo per mitigare la cosiddetta ‘tirannia della mancanza di struttura’, e ciò prenderà nel migliore dei casi una forma rappresentativa. A mio parere, quello che può succedere è che il modello P2P possa per il momento diventare complementare alla democrazia, ma non rimpiazzarla. Comunque, ci si può aspettare che la non-rappresentanza diventi una forma molto più rilevante dell’attuale rappresentanza. Si potrebbe anche immaginare che qualora la mole di contribuzione volontaria diventi dominante, la pressione si faccia così forte che le istituzioni democratiche si debbano trasformare, non secondo l’influenza degli interessi delle grandi multinazionali che ora dominano la forma dello Stato, ma secondo parametri prettamente democratici.


D: Nei suoi scritti ha dedicato molto tempo a distinguere la sua proposta da altre forme di organizzazione economica, come quella legata all’economia del dono. A tal proposito lei sostiene che il P2P non è un’economia del dono che si basa sull’eguale condivisione, ma una forma di condivisione comune che si basa sulla partecipazione. Perché questa distinzione è così cruciale nella sua argomentazione?

R: La distinzione è cruciale rispetto a quello che gli antropologi chiamano crowding out, un fenomeno per cui una logica sociale può farne scomparire un’altra. L’economia del dono è un sistema che si basa sulla reciprocità e sulla simmetria. Chi dà crea una immagine prestigiosa di sé, e un obbligo nel beneficiario, che si sente chiamato a ristabilire un equilibrio relazionale donando qualcosa a sua volta. È un sistema basato sulle relazioni personali. Il mercato, d’altra parte, è un sistema di scambio di valori eguali, basato su relazioni impersonali. La condivisione comune si basa sulla “gentilezza dello straniero”, espandendo la sfera della cooperazione sociale a persone sconosciute, ma che lavorano a progetti comuni. La condivisione comune si basa su una logica che suona più o meno così: tu dai quello che puoi per immetterlo nella risorsa comune, dalla quale ognuno potrà poi prendere a seconda dei propri bisogni. Non si ottiene nulla in cambio della contribuzione, se non indirettamente, (conoscenza, relazioni, reputazione).

Anche coloro che non partecipano direttamente, e non contribuiscono al progetto comune, possono trarre benefici usando la risorsa comune. La motivazione a contribuire volontariamente sorge dalla convergenza degli interessi individuali e collettivi. La mia posizione riguardo l’economia del dono è più ideologica. È usata dagli apologeti del mercato per sostenere la loro visione dell’uomo economico, che dà soltanto a fronte di un ritorno sicuro. Ma la Peer Production appartiene a una logica differente. Ritengo sia un bene per l’umanità avere una visione più ricca delle motivazioni umane e comprendere in che condizioni possa verificarsi un impegno non-reciproco, un tipo di ricerca che sarebbe oscurata dall’economia del dono. È però necessario dire che la Peer Production riguarda soltanto beni non rivali che possono essere condivisi senza perdita da parte di alcuno; nel mercato, dove si scambiano beni scarsi e rivali tra loro, noi abbiamo bisogno di meccanismi basati sullo scambio e sulla reciprocità. Comunità di Open Designer devono essere quindi affiancate da meccanismi di mercato e da altre forme di allocazione.


D: Lei sostiene che mentre la gerarchia, essendo associata a un universalismo astratto di matrice illuministica, è predicata sulla base di una similitudine da ottenersi attraverso identificazione e esclusione, il P2P “è unità nella diversità, è un concreto universalismo ‘post-illuministico’ che si basa sulla comunanza dei progetti”. Si tratta forse di un modo per dire che la Peer Production è sostenuta – e legittimata – da una concezione della giustizia capace di fronteggiare le sfide dell’era post-moderna?

R: Il principio fondatore alla base della mia idea relazionale è l’equi-potenzialità. Secondo questa visione ognuno può eccellere in una determinata area, ma nessuna di queste capacità è superiore o inferiore alle altre. La capacità di identificare la grande varietà di combinazioni di abilità differenti permette di riconoscere il contributo di ciascuno a un progetto comune, così come permette ad altri di riconoscere il mio contributo allo stesso o a un altro progetto. La costruzione della nostra identità a seconda dei progetti comuni in cui siamo coinvolti ci consente di superare la frammentazione e l’isolamento, creando una grande interazione che arricchisce il nostro universo. La differenza sta nel modo di intendere il termine ‘arricchire’. Noi sappiamo che partecipiamo a molti progetti comuni e questo è il collante che tiene assieme le persone. Ogni persona non solo deve essere onorata per quello che fa, ma anche ricompensata per il proprio mix di capacità. Essa merita un reddito per il proprio contributo a formare la ricchezza sociale, che accresce per il solo motivo che la persona esiste ed è interconnessa con altri. Per rendere la società più sostenibile il reddito universale deve essere legato alla richiesta di contribuire almeno in parte al bene comune.


D: La sua idea sta attirando grande attenzione. Lei è riuscito a organizzare seminari di altissimo profilo nelle principali università europee (Sorbona, Nottingham, Pavia) per discutere di Peer Production. Inoltre c’è un crescente interesse da parte di imprese commerciali circa la comprensione dei processi che stanno alla base del suo paradigma, come dimostra il fatto che il suo tempo è diviso tra l’implementazione della base teorica e formazione nelle grandi aziende. Come spiega l’interesse del settore commerciale e quale futuro vede, diciamo nei prossimi 20/30 anni, per la Peer Production?

R: Gli attori del mercato comprendono bene che i principi attorno ai quali ruota la Peer Production presentano vantaggi competitivi. Io ho riassunto questa posizione nella cosiddetta ‘legge della competizione asimmetrica’ secondo la quale quando una compagnia che fa profitto utilizzando lavoro salariato e brevetti tecnologici e si ritrova a competere con una organizzazione for-benefit – che può accedere a un vasto circuito di volontari e usa piattaforme possedute da tutti – ha poche probabilità di vincere la partita. Le ragioni che spingono le persone verso la Peer Production sono più forti: ad esempio, motivazioni positive intrinseche che derivano dalla passione, la ricerca di una qualità assoluta (si produce al meglio delle possibilità di ciascun componente del gruppo). I beni prodotti non sono mai dati in forma definitiva: c’è sempre un versione successiva migliore della prima. Al contrario, la realtà for-profit cercherà di produrre un bene di qualità relativa, che sia soltanto migliore di quello offerto dai suoi concorrenti. Da ciò segue che ogni compagnia for-profit o autorità pubblica che adotti pratiche partecipative e comuni tenderà ad accaparrarsi vantaggi competitivi se comparati a chi non le adotta. È questo ciò che muove l’interesse del mercato nei confronti della Peer Production, rendendo sempre più diffusa questa pratica nella società. Il processo è molto simile al modo in cui il sistema schiavistico si è prima trasformato in feudalesimo e poi nel sistema capitalistico: attraverso una riconfigurazione delle élites e della classe produttiva. La visione di Marx era un’anomalia storica che oggi sappiamo non essere mai stata confermata. Per quanto riguarda il futuro, posso soltanto offrire questa immagine: la Peer Production è come un germe che, una volta introdotto ai margini del mercato, si espande sempre più velocemente, fino a quando raggiungerà uno status eguale a quello del suo ospite. Allora il vecchio sistema entrerà in crisi e un nuovo meta-sistema prenderà il suo posto.


D: Vorrei concludere questa intervista ritornando su una sua affermazione particolarmente impegnativa: la Peer Production potrebbe davvero cambiare la natura del capitalismo, e addirittura risolvere il problema del free-rider.

R: Il capitalismo globale ha imboccato lo stesso vicolo cieco in cui si trovò l’antica Roma: una crisi di accumulazione estensiva, perché non riesce più a esternalizzare i costi ambientali. Il passaggio alla produzione immateriale ha inoltre creato una crisi di valore. Infatti, i costi marginali di riproduzione dei beni immateriali non-rivali si contrappongono alla logica della scarsità che è alla base del mercato. Così la marketizzazione, la monetarizzazione muove ai margini dei nuovi beni collettivi. La produzione sociale diretta di valore cresce esponenzialmente. Inoltre, ogni bene prodotto, deve prima essere ideato in maniera immateriale, attraverso processi che non sono molto differenti da quelli che servono a creare software e conoscenza. È soltanto una questione di tempo, ma sono convinto che la comunità di ideatori di liberi software riuscirà a produrre artefatti migliori di quelli offerti dal mercato. Se si accetta che il processo di innovazione sociale prenderà piede al di fuori della sfera del capitale, si dovrà anche accettare il fatto che avremo bisogno di nuove strutture sociali. Proprio come i padroni di schiavi dell’antica Roma che si accorsero che una crescita intensiva poteva accadere soltanto con la liberazione degli schiavi, così il capitale si ritrova a fronteggiare il fatto che la nuova economia dell’esperienza non potrà più essere capitalista. Un cambiamento della logica capitalista sembra inevitabile, anche se è difficile immaginare la precisa natura del nuovo contratto sociale capace di prendere seriamente in considerazione la Peer Production. Per quanto riguarda l’affermazione circa il free-rider, credo che esso rappresenti un problema serio soltanto in un contesto produttivo finalizzato alla produzione di beni materiali; diventa dunque un problema di governance e regolazione intelligente. Nella sfera immateriale, anche se esistono incidenti di percorso come lo spamming o il trolling, il free-rider non rappresenta più un problema. Al contrario, è la vera natura del sistema P2P, in quanto esso tramuta ogni tipo di utilizzo in una risorsa produttiva che ritorna all’intero sistema. Mentre per sistemi centralizzati e per quelli decentralizzati un utilizzo consistente diventa problematico, gli ideatori delle piattaforme P2P creano una dinamica diversa. Ogni partecipante diventa una risorsa per il sistema. La nuova piattaforma proprietaria esiste per scelta dei suoi creatori: essi hanno setup centralizzati e decentralizzati che sono costosi da mantenere, e quindi richiedono elevati capitali. Comunque, è mia ferma convinzione che questi vincoli possano essere spazzati via da infrastrutture pienamente distribuite. La questione centrale rimane come sia possibile combinare la Peer Production immateriale (non-reciproca), con il bisogno di reciprocità richiesto dalla produzione fisica di materie scarse. Quando si troverà la risposta a questo quesito, avremo raggiunto una maturità sufficiente per passare a un’economia politica e una civiltà P2P.