Abbondanza di cibo contro abbondanza di ricette

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Contributo di Brian Davey di Feasta, in risposta alla tensione al Congresso di Berlino sui Commons tra Abbondanza e Scarsità, sottotitoli di Franz Nahrada.

Brian Davey:

All’inizio della sessione finale del congresso internazionale sui Commons, i partecipanti sono stati invitati a esprimere le proprie preoccupazioni, critiche e riserve. Io mi sono alzato a dire grosso modo quanto segue:

I partecipanti che costituiscono il congresso forse avrebbero dovuto concentrarsi di più su tipo di epoca in cui stiamo vivendo. Al congresso sono sembrate esserci due visioni generali e la differenza tra esse non è stata espressa sufficientemente nel corso del dibattito.

I Commons come scialuppa di salvataggio …

Da un lato ci sono quelli per i quali i Commons sono istituzioni paragonabili a scialuppe di salvataggio per il controllo collettivo su risorse vitali in un mondo in crisi; un mondo in cui la produzione probabilmente si ridurrà a causa del cambiamento climatico galoppante, dando fondo all’energia, all’acqua e ad altre risorse. In larga misura si tratta di persone la cui attenzione è principalmente concentrata su Commons naturali: l’atmosfera e il clima, l’acqua e gli oceani, la terra e i sistemi ecologici.

… oppure come nuovo modo di produzione.

D’altro canto ci sono quelli per i quali i Commons rappresentano un modo interamente nuovo di produzione paritaria [peer-to-peer] che, quando non più limitata dai vincoli imposti dalle restrizioni della proprietà intellettuale, ha il potenziale di introdurci in un mondo di abbondanza, non solo fornendo servizi liberi d’informazione come Wikipedia, creati collettivamente e disponibili a tutti, ma alla fine estendendosi anche ai processi di produzione fisica, attraverso progetti open source di beni materiali e la diffusione di nuove idee da coltivare. In breve, saremmo all’inizio di un’era di abbondanza … I partecipanti che la pensano così tendono a essere quelli coinvolti in Commons intellettuali e culturali, ad esempio quelli impegnati nello sviluppo di software, ecc.

Limiti contro abbondanza

Finito il congresso ho pensato che questi temi fossero così importanti che ho scritto questo documento successivo. Permettetemi di iniziare osservando che il movimento per l’ambiente è da lungo impegnato in un dibattito con la politica e l’economia convenzionale che si riassume più o meno così:

Gli ambientalisti sostengono che stiamo realmente raggiungendo, e oltrepassando, i limiti fisici della crescita e della “capacità di sostegno” degli ecosistemi del pianeta. Contemporaneamente la corrente di pensiero convenzionale sostiene che non dobbiamo preoccuparci di cose simili perché la tecnologia e l’ingegno umano ci faranno superare le difficoltà, cosicché la crescita potrà continuare indefinitamente nel futuro.

Ora, al Congresso di Berlino sui Commons, non ho notato nessuno che sostenesse la crescita continua. E tutti quelli che ho incontrato al congresso mi sono sembrati consapevoli del cambiamento climatico e del picco del petrolio e del gas. Ciò nonostante, la tesi dell’”abbondanza” mi è sembrata essere, almeno in parte, una variante riconfezionata della posizione secondo cui “l’ingegno umano ci farà superare le difficoltà”, con l’interessante derivazione che l’ingegno e la creatività umana ci farebbero superare le difficoltà SE il tentativo dell’industria di appropriarsi del sapere e di privatizzarlo mediante la proprietà intellettuale (brevetti, diritti d’autore, royalties, ecc.) potesse essere abbandonato in modo tale che la creazione intellettuale possa aver luogo come vero processo collettivo e tutti e ciascuno possano essere liberi di prendere le idee, i progetti, il software e le creazioni altrui, correggerli, integrarli, adattarli e svilupparli ulteriormente, contribuire ad essi, e così via, senza dover pagare un prezzo esorbitante per tale privilegio.

Ora, secondo me, queste idee possono essere spinte troppo in là. Ma prima che io spieghi il perché, voglio spiegare perché ho ritenuto stimolante questo punto di vista e che isoli alcuni nuclei di verità.

Quarant’anni fa, nella mia gioventù trotzkista, ero solito partecipare a congressi che erano praticamente al polo opposto rispetto a questo. I partecipanti a questi vecchi congressi si preoccupavano di decidere ed accordarsi su quale fosse “l’analisi corretta”, il modo corretto di interpretare il mondo e su cosa dovesse essere fatto al riguardo. La “analisi corretta” in qualche modo sembrava essere quello che pensavano le persone che ti erano più vicine, perché avevi elaborato le idee insieme con loro e se non eri d’accordo … beh … ti sarebbe risultato spiacevole andare a tutti i congressi e scoprire di essere l’unico strano che diceva qualcosa di diverso.

Ma, ovviamente, altri, spesso provenienti da altri luoghi, persone che avevano avuto altri rapporti personali, tipicamente avevano elaborato un’idea leggermente diversa di cosa era “corretto”. Dunque ciò significava, per loro, che tu sbaglia e, per te, che sbagliavano loro.

Il congressi basati su questo modo di rapportarsi con “la verità” erano frustranti e improduttivi. Ricordo persone che osservavano, con frustrazione, come le altre fazioni non si spostassero di un millimetro dal loro modo di pensare e, indubbiamente, dal mio punto di vista, non lo facevamo neppure noi. La differenza era un problema: le idee diverse degli altri erano “sbagliate” me non eravamo sempre nel “giusto”.

Non posso dire che tutti abbiano avuto la stessa esperienza al Congresso Internazionale sui Commons. Almeno alcuni sono sembrati finire preda della frustrazione , ma la mia esperienza personale è stata di partecipanti che si sono trovati a loro agio con le differenze e preparati a discutere in modo rilassato con persone con un punto di vista diverso, e questo è stato molto confortante.

In realtà quando si adotta questa accettazione rilassata delle differenze, la mia esperienza è stata che si tende a scoprire che le persone con idee diverse sono già consapevoli del nostro punto di vista; possono non essere d’accordo sul nostro punto di vista come spiegazione migliore, ma a volte lo accettano come plausibile e come possibile ottica alternativa.

In effetti mi sono sentito [al Congresso] come se mi fossi trovato in un dibattito in cui i partecipanti che avevano idee diverse erano considerati utili per mettere alla prova le proprie idee, utili per vedere una prospettiva diversa che in precedenza non si sarebbe potuto non considerare. C’è stata la sensazione che le idee e le ottiche non siano fisse e giuste o sbagliate, ma sempre in sviluppo e le idee degli altri che si differenziavano sono state utili nel contribuire a un ulteriore sviluppo delle proprie.

Qui, penso, abbiamo l’idea emergente di una dimensione di “messa in comune” dei “Commons del sapere”. Sospetto che derivi dalla mia esperienza di elaborare le cose in procedure di gruppo nella progettazione del software o nella produzione culturale. Qui si ha un’apertura mentale che proviene dall’esperienza della progettazione del software open source e dallo sviluppo di gruppo delle idee, in cui i “bachi” sono considerati inevitabili, in cui essi sono risolti in processi collettivi, in cui qualcun altro può forse sviluppare creativamente qualcosa che si è fatto e la creazione intellettuale è un processo intrinsecamente collettivo.

Così io penso che ciò che ho sperimentato è stato effettivamente un “modo di produzione” collettivo all’opera, in cui “mettere in comune” significa partecipazione attiva alla produzione, insieme con i propri pari. E ciò è non egoistico, non competitivo e non preoccupato di arraffare diritti di proprietà e vantaggi personali che, dopotutto, rallenterebbero e danneggerebbero il processo collettivo.

L’idea che fare le cose in questo modo sia molto più agevole e più creativo la posso davvero accettare … sino a un certo punto. Posso così accettare anche, fino a un certo punto, che sia possibile che il concepire reazioni alla crisi ecologica ed economica, sia qualcosa di sviluppato e progettato collettivamente e poi applicato alla produzione materiale. Sono consapevole, per esempio, che nella progettazione di “auto ecologiche” sono coinvolti processi open source.

Questa idea può essere ampliata ulteriormente dall’ideazione e progettazione alla produzione materiale. Così non sarebbero soltanto il software e le opere culturali a poter essere creati senza proprietà intellettuale in processi paritari, bensì anche i prodotti concreti, fatti di “roba”: veicoli, mobili, orti. (Produrre paritariamente [peer-to-peer] significa, qui, co-produrre senza un intermediario o un’organizzazione, come un datore di lavoro, che gestisca l’intero processo e poi rivendichi il prodotto del gruppo come proprio).

Al suo grado di massimo sviluppo ciò porta all’idea che i progetti open source dovrebbero essere presi e utilizzati da chiunque nei luoghi di lavoro della comunità locale. Questi luoghi di “infrastruttura libera” opererebbero come centri di risorse e sarebbero dotati di macchine governate da computer che sarebbero in grado di creare veri prodotti materiali partendo dal progetti digitali (cosiddetti “Fab Lab”, vedere http://tangiblebit.com/).

Bene, è qui che la teoria dei Commons intellettuali si trasforma in produzione materiale. Tuttavia a questo punto penso che dobbiamo tornare alla Terra. Poiché questo sono visioni del futuro cui ho difficoltà a credere e voglio spiegare il perché.

Costi energetici

La documentazione del Congresso di Berlino sui Commons ha utilizzato una terminologia a proposito della “logica generativa dei Commons” per riferirsi al modo in cui i Commons possono essere e sono produttivi. Tuttavia, come evidenziato da alcuni, anche i Commons digitali sono basati su una infrastruttura ingorda di energia, e anche se possono esserci progettisti benintenzionati impegnati in progetti open source che cercano di ridurre l’utilizzo di energia e di prodotti materiali nella manutenzione dell’infrastruttura internet, i Commons digitali non sono affatto un pasto gratis. Così, ad esempio, produrre un personal computer costa 1800 KWh di energia e dunque consuma 11 volte il suo stesso peso in combustibili fossili prima ancora di essere utilizzato … e ciò anche prima che cominciamo a tener conto di tutti gli altri computer e di tutti i server molto più grandi cui avrà necessità di essere connesso e l’energia che l’intero insieme assorbe per funzionare.

Limiti materiali

Ma, per me, ci sono alcuni importanti problemi che vanno molto oltre quelli dell’energia utilizzata per creare e gestire internet e la sua infrastruttura. Anche se è vero che una parte considerevole dei costi finanziari di molti prodotti deriva al processo di progettazione, e che questi costi sono più elevati a motivo delle imposizioni riguardanti la proprietà intellettuale e l’addebito del costo dell’utilizzo della proprietà intellettuale, ciò nonostante la creatività che è liberata dai Commons del sapere che operano senza i vincoli della proprietà intellettuale non può, in sé e per sé stessa, cancellare i limiti alla crescita che sono stati il problema centrale per gli economisti ecologici.

E’ dunque da questa posizione che trovo difficile seguire interamente, ad esempio, Roberto Verzola dei Verdi delle Filippine che ha scritto un documento per il Congresso di Berlino intitolato “Abbondanza e Logica Generativa dei Commons”. Sì, sono d’accordo con Roberto sul fatto che internet sta producendo un’abbondanza di “informazioni e conoscenza”, ma l’abbondanza di informazioni non è la stessa cosa che l’abbondanza materiale.

Tanto per cominciare l’abbondanza di conoscenza e informazioni di cui uno dispone può restare ignota, o ignorata, o altrimenti disattesa da persone e istituzioni che necessitano di tali informazioni e dovrebbero conoscerle affinché siano concretamente utilizzate.

Di fatto c’è molta più informazione e conoscenza nel mondo di quanta possa essere oggetto della nostra attenzione ed esiste un intero insieme di istituzioni per attirare l’attenzione sui programmi degli interessi potenti che operano in modi non sostenibili e per distrarre l’attenzione dalle screditare le informazioni e le conoscenze riguardanti cose sui cui è necessaria un’azione urgente cercando di screditare e calunniare tali informazioni e conoscenze. Così, ad esempio, c’è stata abbondanza di informazioni e conoscenze per decenni sui tipi di sviluppo economico non sostenibile e sulle alternative sostenibili, ma c’è anche stata una struttura politica di potere economico che si è sentita in grado di ignorarle e di sedurre il grosso della popolazione dei paesi ricchi affinché dedicasse la propria attenzione ai consumi, agli acquisti, a stili di vita da celebrità, agli sport e agli svaghi distraenti. Al tempo stesso c’è stata una campagna ampiamente riuscita per fuorviare deliberatamente la gente riguardo al cambiamento climatico e ad altri problemi. Così, anche se c’è una grande quantità di informazioni, c’è anche un mucchio di ignoranza … ignor – anza, cioè. Questa canalizzazione dell’attenzione di massa è basata su una conoscenza molto sofisticata della psicologia umana; in realtà il fondatore dell’attuale industria delle pubbliche relazioni e del marketing, Edward Bernays, ha ripetutamente attirato la sua attenzione sui suoi rapporti con Sigmund Freud e sul suo utilizzo di concetti che manipolano la predisposizione emotiva delle masse affinché si adatti all’élite al potere (compresi banchieri e baroni dell’energia).

In secondo luogo, anche se l’abbondanza di informazione fosse utilizzata utilmente per la ricerca di soluzioni ai nostri problemi, questa abbondanza di informazione potrebbe solo in misura limitata essere convertita in un’abbondanza di beni materiali o, più accuratamente, essa ha un potenziale limitato di mitigazione del declino cui la produzione sarà costretta dal declino dell’energia.

Consentitemi di essere attento a notare che Roberto è ben consapevole del picco del petrolio, ma non sono del tutto d’accordo con il suo punto di vista quando nel suo documento afferma:

“Il grosso dell’acqua, del carbone, del ferro, del silicio e di altri minerali sulla Terra così come dell’energia proveniente dal sole è anch’esso una fonte di abbondanza.”

“L’abbondanza di minerali della Terra non è rinnovabile e deve essere amministrata in modo diverso dall’energia solare rinnovabile.”

“Con la produzione di petrolio che tocca il suo picco, per esempio, finirà il petrolio abbondante a buon prezzo. Il picco del petrolio dovrebbe impartirci una lezione indimenticabile quanto alla gestione dell’abbondanza. Quelli che non coglieranno la lezione opteranno per ulteriore carbone, energia nucleare e biocarburanti. Quelli che la coglieranno si rivolgeranno alle rinnovabili pulite, all’efficienza energetica e a una “discesa” pianificata. Le Città di Transizione stanno aprendo la via.”

“L’energia solare rende possibile altre risorse energetiche abbondanti quali l’acqua, il vento e il legno. Nel 2009, le rinnovabili hanno fornito il 25% della potenza energetica totale mondiale, grazie all’impennata dell’interesse della Cina per il biogas, l’energia solare e quella fotovoltaica. Lo stesso vale per la Germania. Le celle fotovoltaiche sono prodotte con silice semiconduttrice, il materiale base della rivoluzione digitale. (Ricordate quanto erano costosi gli schermi LCD dieci anni fa? Se il fotovoltaico seguirà una tendenza al ribasso dei prezzi simile ad altri beni digitali, possiamo aspettarci presto un’Era Solare. Anche l’idrogeno dall’acqua promette un’altra risorsa abbondante di energia.”

“Di passaggio, permettetemi di citare ancora un’altra fonte di abbondanza: le reti di relazioni umane positive in comunità amorevoli, che generano sentimenti di pace, appagamento, amore, felicità e altre gratificazioni psichiche che si sottraggono alla quantificazione.”

(Da “Abbondanza e Logica Generativa dei Commons” di Roberto Verzola, discorso di apertura dei Verdi delle Filippine per il Flusso III.)

Il messaggio di Roberto mi sembra essere: “Sì, ci sarà il picco del petrolio e sarà un problema, ma sarà un problema solo se in risposta saranno adottate le tecnologie energetiche sbagliate. Se abbracciamo l’efficienza energetica e le tecnologie energetiche rinnovabili che scendono rapidamente di prezzo, allora non ci saranno problemi, ci sarà abbondanza, e questo senza citare un’abbondanza non misurabile di buoni sentimenti derivanti da relazioni umane positive.” (Esattamente cosa intenda Roberto con il termine “discesa” non mi è chiaro).

Da economista ecologico trovo queste idee inquietanti in questo tipo di congresso. Sembrano contraddire al 100% le tesi sui “Limiti della Crescita” sviluppate in origine dagli studi commissionati dal Club di Roma negli anni ’70 e successivamente aggiornate e confermate studio dopo studio.

Posso accettare in pieno la possibilità di un’abbondanza non misurabile di buone sensazioni derivanti da relazioni umane positive … anche se il fatto che tale possibilità si realizzi in qualche modo dipende dal nostro successo, o mancanza di successo, nel ri-sviluppare i Commons e la messa in comune come base delle relazioni umane … tuttavia la nozione di un’abbondanza di abbondanza materiale io davvero non la ritengo credibile. Questo significa voler ignorare il fatto che il Pianeta Terra ha una capacità di sostegno ecologico limitata e tutti gli studi dimostrano che l’abbiamo considerevolmente oltrepassata.

Argomenti a sostegno

Torniamo alle questioni di fondo. Innanzitutto come spieghiamo e misuriamo quale produzione materiale ha luogo? Un buon modo per farlo consiste nel prendere la quantità di energia che è applicata ai processi economici, aggiustare la misura dell’energia in rapporto all’efficienza con la quale l’energia è trasferita alla trasformazione di materiali e di “roba” che viene incorporata nei prodotti. Così si ottiene una misura della quantità di “lavoro” impiegato nella produzione materiale, dove il termine “lavoro” non è un riferimento al lavoro umano bensì alla fisica dell’applicazione dell’energia alla trasformazione e al trasporto dei materiali, processi fisici che sono soggetti alle leggi della termodinamica.

Così la quantità di produzione materiale nell’economia è collegata a quanta energia viene utilizzata E a quanto efficientemente è utilizzata.

Infatti questo modo di considerare la produzione, e la crescita della produzione, funziona più che bene quando è applicato a dati reali. Due autori, Ayres e Warr, hanno utilizzato quest’ottica allo studio della crescita nell’economia USA. Tra il 1900 e il 1975 essa offre una spiegazione quasi perfetta dell’andamento della crescita della produzione materiale.

Vedere http://www.helsinki.fi/iehc2006/papers2/Warr.pdf [Questo link sostituisce quello indicato nell’originale e che pare non più attivo http://www.iea.org/work/2004/eewp/ayres-paper1.pdf - il contenuto dovrebbe essere lo stesso – n.d.t.]

Ora vi è ancora spazio in questo modello perché l’ingegno umano migliori l’efficienza con cui l’energia è trasferita alla produzione. E c’è dello spazio per la produzione immateriale, che potrebbe aumentare. Ma la produzione immateriale deve essere inserita e incorporata nei processi materiali e anche nelle cose; persino un taglio di capelli richiede forbici, un locale, una sedia, illuminazione …

E quando si tratta di produrre cose materiali, non si può continuare ad accrescere l’efficienza del trasferimento di energia ai processi produttivi, e neppure si può continuare ad aumentare gli apporti di energia, specialmente in una fase della storia in cui la concentrazione di energia resa possibile dal bruciare fonti di energie costituite da combustibili fossili comincia a scemare a causa dell’esaurimento, al superamento del picco della produzione di petrolio, del picco del gas, del picco del carbone … (per non citare il picco dell’uso dell’atmosfera che abbiamo superato da un po’ di tempo).

Il limite delle fonti rinnovabili (di energia)

Ma che dire delle energie rinnovabili? Possono essere la base dell’ “abbondanza”, cioè la tesi di Roberto con la quale non concordo?

Dobbiamo affrontare il fatto chiave che c’è un limite assoluto alla quantità di energia solare e di energie rinnovabili disponibili, indipendentemente da quanto ingegnosamente ed economicamente progettiamo l’infrastruttura per impossessarcene e indipendentemente da quanto siamo in gamba come giardinieri e progettisti di permacoltura per impossessarcene attraverso le piante.

La “logica generativa dei Commons” deve vedersela con il fatto che l’energia della luce solare grezza a mezzogiorno di un giorno senza nuvole è di 1000 W per metro quadrato, ma si tratta di 1000 W per metro quadrato di are orientata verso il sole, non per ogni metro quadrato di terra. Per ricavare l’energia per metro quadrato di terra in Inghilterra, dove vivo, dobbiamo correggere i nostri calcoli in funzione dell’inclinazione tra il sole e la terra, che riduce l’intensità del sole di mezzogiorno a circa il 60% del suo valore all’equatore. E naturalmente non è sempre mezzogiorno. E ovviamente in Inghilterra, e i molti altri luoghi, il cielo è spesso nuvoloso. In una tipica località inglese il sole splende solo nel 34% delle giornate diurne.

Globalmente la radiazione solare in arrivo è pari a 122 Petawatt, quantità che è di un ordine di grandezza di quattro volte superiore rispetto all’energia primaria totale utilizzata dall’umanità, ma data la bassa densità con cui ricade sull’intero pianeta, raccoglierla per i processi produttivi è un processo a costosa intensità energetica. Molte delle idee attuali per raccogliere l’energia solare per l’uso umano presuppone che possiamo farlo mediante biomasse e piante in base alla fotosintesi. Forse la permacoltura ha davvero molto da offrirci, ma non può risolvere il fatto che in Inghilterra, considerata la copertura delle nuvole e tutti gli altri problemi, ci sono solo 100 watts che ricadono in media su ogni metro di terreno piatto da raccogliere mediante le piante. Né l’ingegno umano e la logica generativa dei Commons può fare molto riguardo al fatto che le piante migliori, ad esempio, in Europa, possono convertire soltanto il 2% di tale energia solare in carboidrati.

E in più è bene ricordare che gli esseri umani si impossessano già del 30-40% della Produzione Primaria Netta del pianeta (biomassa) sotto forma di cibo, foraggi, e combustibile con il legno e i residui dei raccolti che forniscono il 10% dell’utilizzo globale umano dell’energia. Anche un aumento relativamente contenuto che porti l’umanità a utilizzare la biomassa fino al 50% della produzione di biomassa del pianeta comprometterebbe e distruggerebbe apporti estremamente importanti dell’ecosistema. Infatti, a causa della crisi del clima, abbiamo bisogno di utilizzare la biomassa per togliere l’anidride carbonica dall’atmosfera. Lo spazio di manovra, ammesso che esista, è molto scarso.

Cose simili si possono dire delle risorse di energie rinnovabili. Sì, fanno parte del futuro; sì, fanno parte di ciò che è necessario; sì, l’ingegno può accrescere la loro efficienza nel raccogliere energia. Ma no, non possono e non potranno mai fornire “abbondanza” se per abbondanza intendiamo abbondanza di produzione materiale.

Con l’attuale utilizzo umano dell’energia, globalmente a circa 13 Terawatt nel 2005 come parametro, dobbiamo prendere atto del fatto che, dopo l’energia solare

“Nessun’altra risorsa energetica rinnovabile può offrire più di 10 TW. Stime generose di fattibilità tecnica massima (le percentuali economicamente accettabili sarebbero molto inferiori) sono meno di 10 TW per l’eolico, meno di 5 TW per le onde oceaniche, meno di 2 TW per l’energia idroelettrica e meno di 1 TW per l’energia geotermica, quella delle maree e quella delle corrente oceaniche.” (Vaclav Smil “Energy in Nature and Society: General Energetics of Complex Systems” MIT Press, 2008, pagg. 382-383).

Riconsideriamo dunque la tesi. L’abbondanza materiale esige abbondanza di energia per compiere il lavoro fisico della trasformazione e del trasporto della materia per trasformare buone idee e progetti in prodotti disponibili agli utilizzatori. Al momento l’umanità utilizza circa 13 TW di energia e la disponibilità di tale quantità è destinata a ridursi in misura molto spettacolare. Indipendentemente da quanto abili noi siamo, la quantità che possiamo sostituire con le rinnovabili è anch’essa rigidamente limitata … un’infrastruttura di energia rinnovabile richiederà una quantità considerevole di energia per essere realizzata e dovrà concentrare flussi di energia naturale dispersa su vaste aree geografiche. Inoltre questi flussi naturali di energia sono essi stessi soggetti a limiti assoluti di disponibilità.

Conclusione

La mia conclusione è che, parlare di abbondanza sia un messaggio molto fuorviante. I Commons hanno molto da offrirci, condividere idee senza i vincoli della proprietà intellettuale ci aiuterà, ci aiuteranno anche la condivisione di energia e produzione scarse e accordi e infrastrutture di produzione di gruppo, condividere potrà portarci a relazioni umane con molte gratificazioni psicologiche ed emotive. In tal senso possiamo descrivere i Commons come “aventi una logica generativa”. Ma l’ “abbondanza” non è un messaggio con il quale concordo, se intesa si intende, o si implica vada intesa, abbondanza di produzione materiale. Secondo me l’uso del termine “abbondanza” è un’immagine fuorviante del futuro verso il quale ci stiamo dirigendo.

L’abbondanza di informazioni su come potremmo fare le cose non è la stessa cosa che l’abbondanza di cose; è un’abbondanza di ricette, non un’abbondanza di cibo.

Da Socialforge – Un laboratorio di creazione sociale

http://www.socialforge.org

Fonte: http://p2pfoundation.net/Abundance_of_Food_vs_the_Abundance_of_Recipes

Originale: p2pfoundation

Traduzione di Giuseppe Volpe

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